Consiglio musicale

Origins

Prima di iniziare a parlare della storia di questo eccezionale capo, è importante precisare alcuni termini con i quali ci si riferisce comunemente al five pockets, denim e jeans.

Denim deriva dall’espressione francese “serge de Nîmes”, un tessuto di cotone robusto originario della città di Nîmes. E Jeans? La parola risale a Genova (Gênes in francese), dove i marinai indossavano pantaloni blu in cotone già dal 1600.
Dunque, mentre il denim è il tessuto, i jeans sono il capo, e five pockets?

Tutto ebbe inizio nel 1873, durante la mitica corsa all’oro in California, quando un commerciante di stoffe, Levi Strauss, e un sarto, Jacob Davis, brevettarono i primi “waist overalls” patent US139,12. Si trattava di pantaloni rinforzati da rivetti nei punti di maggiore sforzo, come le tasche, fatti in resistente denim. Pensati per minatori e operai, erano indistruttibili, economici e nati per durare. Il mix di materiali dell’Antico Mondo e lo spirito pratico del Nuovo Mondo diedero vita a un capo destinato a diventare leggenda. Volendo essere precisi il modello brevettato originariamente presentava solo tre tasche, due davanti e una dietro, la sua continua evoluzione dettata da scopi utilitartisti ha portato all’aggiunta di una piccola tasca sul davanti a destra prima e una seconda sul retro poi, rendendo di fatto questa la vera quinta tasca.

Cultural impact

Negli anni ’30, i film western iniziarono a vestire i cowboy con i jeans avvicinandoli a concetti di virilità e libertà. Ma fu negli anni ’50 che esplose il loro potenziale culturale. Con James Dean in Rebel Without a Cause (1955) e Marlon Brando in The Wild One (1953), i jeans divennero la divisa dei ribelli, degli outsider, dei giovani in cerca di identità.
Il cambiamento fu profondo. I jeans passarono da indumento da lavoro a simbolo di contestazione giovanile, tanto da essere banditi in molte scuole americane. E come spesso accade, il divieto li rese ancora più desiderabili, gli studenti per aggirare questa dimostrazione di “lungimiranza” da parte delle istituzioni americane iniziarono a candeggiare i propri five pockets, cambiandone l’aspetto ma non lo statement che urlavano.

Negli anni ’60 e ’70, i jeans divennero la divisa della protesta, della libertà, dell’anticonformismo, variando leggemente per adattarsi alle varie subculture giovanili. Erano strappati a Woodstock, a zampa nelle discoteche, ricamati dai figli dei fiori, e portati con disprezzo dai punk.
I jeans smisero di appartenere alla classe operaia per iniziare a trasmettere messaggi: di rottura, di resistenza, di espressione individuale. Nel resto del mondo diventarono sicuramente un manifesto della cultura americana, ma ogni paese reinterpretò i messaggi culturali in maniera diversa: Nel Giappone post seconda guerra mondiale l’influenza americana scosse profondamente la cultura pop, aiutando il jeans a diventare simbolo di ribellione e rifiuto delle tradizioni prima e capo simbolo dell’unione tra oriente e occidente dopo, quando il Giappone sostituì gli USA come leader nella produzione di jeans di alta qualità negli anni ’70. I soldati in stanza in Europa durante la seconda guerra mondiale indossavano jeans durante il loro tempo libero spaccando di fatto l’opinione pubblica del vecchio continente tra chi li guardava con ammirazione e chi con sospetto, partendo dalla Francia, durante le manifestazioni studentesche del maggio 1968 divennero un simbolo contro l’autoritarismo, esplodendo di fatto nella moda giovanile. In Unione Sovietica erano severamente banditi perchè simbolo di capitalismo occidentale, questo non ne impedì la diffusione, anzi, ne incentivò l’immagine sovversiva e lussiosa, essendo acquistabili solo sul mercato nero a prezzi elevatissimi. In generale si potrebbe riassumere la percezione del 5 tasche in giro per il mondo così:

  • Concetto di libertà in paesi post-autoritari.
  • Ribellione in società conservatici.
  • Lusso dove l’importazione era complessa e dunque costosa.
  • Creatività e espressione individuale in culture giovanili e di strada.

Screen & ICONIC appearances

Se i jeans sono diventati un simbolo universale, molto lo devono al cinema. Hollywood li ha trasformati in leggenda, mettendoli addosso a personaggi che hanno segnato l’immaginario collettivo. Che si tratti di ribelli, sognatori, emarginati o eroi d’azione, i jeans hanno sempre raccontato qualcosa di più del personaggio: hanno comunicato attitudine, autenticità e un certo spirito libero intramontabile. Marilyn Monroe contribuì a riscrivere la narrazione associata alla mascolinità, al lavoro fisico e alla ribellione, portando sullo schermo una femminilità sensuale e al tempo stesso ruvida, soprattutto nel film del The Misfits (1961). I suoi jeans non erano stilizzati né resi glamour: erano polverosi, pratici, reali.
Una semplice apparizione sul grande schermo aiutò a normalizzare l’uso dei jeans da parte delle donne nella vita quotidiana, inusuale fino alla fine degli anni ’50. Con Easy Rider (1969) si rafforza l’associazione con il rifiuto delle norme sociali e della libertà pura, in Taxi Driver (1976) Robert De Niro li rende parte della propria divisa in una profonda analisi sull’isolamento individuale, è grezzo, rovinato. Un nuovo concetto di libertà, più ampio gli viene attribuito in Thelma e Louise (1991) dove accompagna le protagoniste in una fuga costante, ma anche liberazione e auto affermazione. Anche quando sembra che la potenza culturale del capo si sia esaurita questo sovverte il proprio paradigma mettendo in dubbio le sue stesse origini, in Brokeback Mountain (2005) riesce a rappresentare sia mascolinità che repressione emotiva e desiderio, attaccando lo stesso mito che lo aveva reso celebre, il West Americano. Elencare tutti i film in cui i jeans appaiono sarebbe impossibile, cinematograficamente parlando sono onnipresenti, dai musical come Grease (1978) a pilastri della fantscienza come Ritorno al Futuro (1985).

Our version of an icon

Come può un capo nato più di un secolo fa essere ancora così attuale, desiderato, indossato, interpretato?
La risposta è semplice e complessa allo stesso tempo: il jeans non segue il tempo, lo attraversa. Si adatta ai corpi, alle generazioni, ai momenti storici. È ribelle e silenzioso, concreto e simbolico. Non ha bisogno di mode, perché è contro l’omologazione, e ogni volta che pensiamo di averlo già visto in tutte le sue forme, trova un modo nuovo per raccontarci qualcosa, di noi.


Per questo, da Vintage55, non potevamo che celebrarlo con tutta la cura e il rispetto che merita. Abbiamo scelto di partire dalla sua essenza più pura: il cinque tasche classico, ma reinterpretato secondo la nostra visione. Utilizziamo tele italiane e giapponesi, pregiate e cimosate, tessute lentamente su telai antichi, capaci di raccontare storie solo toccandole. I nostri jeans sono costruiti con bottoni a chiodo in rame, come comanda l’icona. Sono stone-washed con delicate sbiaditure che lasciano spazio alla tua storia: sarai tu a renderli unici, giorno dopo giorno, mentre prendono la forma del tuo corpo e delle tue abitudini.
Li proponiamo in Greencast, in bianco e in nero, Like the sweet old days, ma con tutta la passione che oltre 150 anni di storia sanno portare addosso.
Abbiamo anche voluto reinterpretare il classico in chiave femminile: il nostro wide leg da donna è disponibile in più lavaggi, sempre realizzato con tele preziose dal Sol Levante. Questa stagione abbiamo voluto fare qualcosa in più: rendere omaggio al capo più importante di sempre con il nostro nuovo Loose Denim. Cimosato, sei taglie, nessuna distinzione. Per tutti.
Come i primi, nati per lavorare, diventati leggenda.
Non abbiamo voluto reinventare il jeans. Lo abbiamo ascoltato. E abbiamo lasciato che ci parlasse.

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